Dalla parte dei responsabili di negozio….anche loro sono esseri umani

E quest’anno a maggio ho festeggiato i miei primi 9 anni come responsabile di punto vendita! Sono una responsabile atipica che cerca di capire prima le esigenze familiari degli altri e poi le esigenze dell’azienda! Eppure capisco perché tanti miei colleghi si comportano in maniera diametralmente opposta. In nove anni ho cambiato 11 sedi di lavoro, le mie ferie sono state puntualmente fatte saltare da esigenze lavorative, ho lavorato dai 6 ai 7 giorni in una settimana spesso anche per 12/13 ore di fila. Quando mia sorella si è laureata io ero al lavoro ad 800 km di distanza, quando mia nonna è morta io ero al lavoro a 400 km di distanza, quando mio nipote è nato io ero al lavoro a 500 km di distanza. Non ho vita sociale perché quando conosco qualcuno e mi lego a lui vengo puntualmente trasferita e devo ricominciare da capo! Alla fine vivo tra un vestito ed un surgelato, eppure ancora capisco che non si vive per lavorare ma si lavora per vivere e se io ormai sono bruciata penso che almeno il mio personale abbia diritto ad una vita! Non sempre è facile: spesso mi scontro con l’intransigenza dei miei superiori che sostengono che se loro l’hanno fatto devono farlo anche gli altri…… e allora mi chiedo: di chi è la colpa di questa situazione allucinante? La risposta è semplice: la colpa è di quei clienti che pretendono, pretendono, pretendono senza però dare nulla in cambio……


Oriella Savoldi – estratti intervista

00:00:20:05 – Da qui vediamo un grande centro commerciale. Che è recente. E che parzialmente è ospitato dentro una struttura riadattata e spersonalizzata rispetto alla sua storia, che era una grande fabbrica metalmeccanica bresciana che ha fatto anche la storia del movimento sindacale.

00:01:42:03 – Qui giravano 2300 dipendenti. Erano metalmeccanici e una marea di persone in tuta blu che si spostavano in rapporto agli orari di lavoro e che attraversavano le strade della città, dal lavoro alle case.

00:02:13:24 – Quell’immagine che ha fatto la storia bresciana. Brescia è una repubblica prevalemtenente metalmeccanica. Se guardiamo oggi come si è trasformata dà il conto dei passaggi che sono avvenuti.

00:02:37:22 – Oggi qui non lavorano metalmenccanici. Non sono sicuramentte 2300. Dentro il centro commerciale sono circa 200 dipendenti, ma non intendiamo nè uomini nè donne che si avvicendano 8 ore al giorno. Ci sono orari e punte modificate. E sappiamo che c’è personale non regolarizzato.

00:03:25:02 – Questa è la trasformazione avvenuta. Che è anche una trasformazione parziale del paesaggio. Si è persa la fisionomia della struttura originaria, cambiando il paesaggio della città e il tessuto sociale della città.

00:09:53:22 – E’ una trasformazione avvenuta che da conto di un mondo industriale cambiato ma non per questo non meno importante e che può contare su intelligenze che dalle nostre parti permangono. La cosa vera è che oggi i lavoratori sono meno pagati e più maltrattati di prima: assistiamo a forme ottocentesche di sfruttamento, forme di sfruttamento che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. Significa perdere molto dell’avanzamento in termini di diritti del mondo sindacale.

00:12:20:23 – C’è un senso di perdita che accompagna quelle generazioni che hanno vissuto in un clima dove era pensabile porsi degli obbierttivi. Oggi assistiamo al prevalere di un’incertezza rispetto al futuro.

00:15:51:24 – Laddove, sulla base di vincoli e normative, le imprese che hanno adotatto trasformazioni facendo leva sulla crisi ambientale, hanno sviluppato tecnologie che possono rispondere ad un bisogno urgente. In quella direzione si richiedono nuove conoscenze. E’ chiaro che i giovani trovano così apertura e accesso. Perché sono portatori di conoscenza e la conoscenza si forma in rapporto all’esperienza: la mia generazione ha sviluppato esperienze datate legate ad un preciso contesto. Le imprese che scommettono sulla conoscenza, la ricerca, l’innovazione di prodotto trovano una dinamica positiva e si affermano positivamente.

00:17:54:21 – Ma dove si lavora sulla riduzione di costi e diritti è chiaro che non importano le generazioni portatrici di conoscenza. In certi campi è più facile giocare sul piano dello sfruttamento e abbattimento di costi anche in virtù di una disponibilità ampia di manodopera.

00:30:58:03 – Queste realtà rispondono ad altri interessi e non alla domanda. Ma anche in rapporto al lavoro domenicale: la LIBERALIZZAZIONE del lavoro domenicale ha determinato che oggi si allunga l’orario di lavoro e non si guarda alla precarizzazione che c’è. Se è vero che l’80% sono donne ancora una volta si insiste su una pressione che non ha ragioni sensate di esistere.

00:31:56:01 – Dovrebbe avvenire il contrario: dovremmo vedere una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro alla luce della crisi attuale e per la quale non esistono ricette.

00:32:42:22 – L’obbligo del lavoro domenicale e su turni assurdi ribalta l’organizzazione di vita di una donna. Di fatto mantenendosi impegnate a lavoro le donne tendono a ricorrere a collaborazioni diverse per redistribuire un lavoro insostenibile. E una pressione che non da tregua. Se prima era una pressione che obbligava la donna a redistribuire il proprio tempo dal lunedi al venerdi, ora con la domenica significa non avere tregua. Sappiamo che il momento del riposo è anche di rigenerazione delle energie. E’ come se la realtà umana, se ci fosse una pretesa nelle logiche dell’impresa che vuole lasciar fuori la realtà umana. Senza vedere che una realtà umana insieme ai bisogni soddisfatti porta anche le intelligenze, le predisposizioni a creare ed essere produttivi.

00:36:13:23 – tutto questo mi pare venga banalizzato. Il fatto che ci siano donne che sono per lo più sottoposte a orari assurdi, a stress e contratti di lavoro che non riconoscono, è un impoverimento non soltanto del tessuto sociale, perche sacrifica la propensione umana dello sviluppo delle relazioni, ma sacrifica anche il dippiù che ogni persona può dare alla prestazione. E un grande impoverimento sociale economico e delle performance dell’impresa. Che non sanno cogliere la potenzialità delle persone che lavorano. E’ come se sacrificassero le parti migliori che si potrebbero sviluppare invece in un’economia che guarda al bene di tutti.


se anche i medici di famiglia fanno i ponti

Mi chiamo Roberta, ho 40 anni e da 21 lavoro nel commercio. Ho iniziato nel 1991 come cassiera in un ipermercato e poi via via negli anni ho lavorato in vari negozi all’interno dei Centri Commerciali.
Al momento sono disoccupata a causad dei gioiosi contratti a tempo determinato e a tutti i cavilli annessi che consentono ai datori di lavoro di giocare con le assunzioni come vogliono.
Nel 1991 avevo 19 anni, fresca di diploma mi sono voluta buttare nel mondo del lavoro, nel mondo del commercio. Sapevo che avrei dovuto fare dei sacrifici primo fra tutti, così semplice e banale (ma forse non poi così tanto per una 19enne) dovevo sacrificare il sabato. I miei amici in centro a fare “lo struscio”, io al centro a lavoro fino a sera. In quegli anni si era chiusi il lunedì mattina, si chiudeva dalle 13 alle 14 per la pausa pranzo, si chiudeva la sera alle 19.30, la domenica si era aperti solo a dicembre e le festività erano ancora tutte tali. Mi pare di ricordare che la gente riuscisse comunque a sfamarsi, facendo la spesa in settimana, e riuscisse a fare shopping senza problemi. Allora se lavoravi di domenica, ma a fine mese eri felice, perchè la tua busta paga era considerevolmente più pesante e vedevi ripagati i tuoi sacrifici.

Ma torniamo ai giorni nostri adesso i centri commerciali sono aperti 7 giorni su 7, 12-13 ore al giorno fino alle 21-22. La liberalizzazione aveva promesso nuovi posti di lavoro….hahahaha, che ridere!!! Questi nuovi posti di lavoro sono davvero una barzelletta. NESSUNO HA ASSUNTO NESSUNO, il personale è semrpe quello e ovviamente per coprire le aperture supplementari (domeniche e festività) viene spremuto fino al midollo. Beh, almeno queste persone guadagneranno di più adesso…ahahahhaha, seconda risata. MA PROPRIO NO, si lavora di più, si lavora la domenica e le feste per gli stessi identici soldi di prima. Beh ma i commessi stanno a casa un giorno in settimana, di che si lamentano?? si lamentano perchè in quel giorno infrasettimanale i mariti (o le mogli) sono al lavoro, e i figli a scuola. Quindi sì, è vero, è un giorno di riposo dal centro commerciale, ma è anche un giorno senza famiglia, un giorno che nel 95% dei casi si trascorre pulendo casa o scorrazzando per sbrigare tutte le commissioni che si sono accumulate. E la tua famiglia finisce che non la vedi mai se non un paio d’ore ore la sera.
Ci dicono “ringraziate di avere un lavoro, non lamentatevi con tutti i disoccupati che ci sono”, ma noi avremmo anche una vita da vivere, una famiglia con cui condividere il nostro tempo.
D’accordo, teniamoli anche aperti questi centri commerciali, ma accidenti almeno CHE SI ASSUMA IL PERSONALE NECESSARIO A GARANTIRE A TUTTI UN’ADEGUATA TURNAZIONE cosicchè se io devo lavorare il 25 aprile, potrò stare a casa il 1° maggio. E’ assurdo dover lavorare il 25 aprile, il 1° maggio, il 2 giugno, il 15 agosto, natale, pasqua più tutte le domeniche!!! E’ assurdo essere obbligati a  rinunciare al DIRITTO ALLA FAMIGLIA !!! Il lavoro è un diritto, ce lo guadagnamo ogni giorno con la fatica, non dobbiamo ringraziare nessuno.
Il lavoro deve migliorare la vita, non distruggerla. Io ora sono senza lavoro e per assurdo perdendo il lavoro ho ritrovato la mia vita e la mia famiglia. Ho riscoperto cosa vuol dire trascorrepre più tempo con i miei cari. Quello che mi piacerebbe accadesse è che la gente provasse a riflettere su com’è la vita di un commesso che si trova obbligato a lavorare ogni giorno del calendario per fornire un servizio palesemente superfluo se pensiamo che anche i medici di famgilia fanno i ponti, che si trova obbligato ad abbassare la testa e a subire ingiustizie per conservare un posto di lavoro, che si trova obbligato ad avere a che fare spesso con clienti arroganti e maleducati che lo considerano uno zerbino indegno persino di essere salutato.
Io vorrei che la gente riflettesse un po’ di più mentre, la domenica, varca la soglia del centro commerciale.


Non più commesse ma assistenti sociali

Ciao a tutti sono Nadia ho 39 anni, sposata, due figli uno di 11 anni e l’altra di 9. Quest’anno sono esattamente 20 anni che faccio la commessa, 16 dei quali nella stessa azienda. Lavoro che mi ha sempre appassionato e che nonostante tutto svolgo con molta dedizione.
Ma ormai sono alla frutta. Non c’è più vita a lavorare 7 giorni su sette, tutte le festività tolte. Ma la cosa che più mi fa arrabbiare è che non ci sono più diritti solo doveri e se mi va bene è cosi, sennò “quella è la porta”.
Ci viene chiesto di lavorare alla domenica, tutte le domeniche, senza avere un riscontro economico. Ma fare la commessa non è una scelta di vita: ho sempre pensato che fare il medico, il prete, la suora fossero scelte di vita. Come cambiano le cose.  E nel frattempo noi veniamo sfruttati. Perchè secondo me questa è la cruda verità. E non ho più parole.