Dalla parte dei responsabili di negozio….anche loro sono esseri umani

E quest’anno a maggio ho festeggiato i miei primi 9 anni come responsabile di punto vendita! Sono una responsabile atipica che cerca di capire prima le esigenze familiari degli altri e poi le esigenze dell’azienda! Eppure capisco perché tanti miei colleghi si comportano in maniera diametralmente opposta. In nove anni ho cambiato 11 sedi di lavoro, le mie ferie sono state puntualmente fatte saltare da esigenze lavorative, ho lavorato dai 6 ai 7 giorni in una settimana spesso anche per 12/13 ore di fila. Quando mia sorella si è laureata io ero al lavoro ad 800 km di distanza, quando mia nonna è morta io ero al lavoro a 400 km di distanza, quando mio nipote è nato io ero al lavoro a 500 km di distanza. Non ho vita sociale perché quando conosco qualcuno e mi lego a lui vengo puntualmente trasferita e devo ricominciare da capo! Alla fine vivo tra un vestito ed un surgelato, eppure ancora capisco che non si vive per lavorare ma si lavora per vivere e se io ormai sono bruciata penso che almeno il mio personale abbia diritto ad una vita! Non sempre è facile: spesso mi scontro con l’intransigenza dei miei superiori che sostengono che se loro l’hanno fatto devono farlo anche gli altri…… e allora mi chiedo: di chi è la colpa di questa situazione allucinante? La risposta è semplice: la colpa è di quei clienti che pretendono, pretendono, pretendono senza però dare nulla in cambio……


Un racconto breve, specchio di un’esperienza breve

— di Madama Daniulla

Sono una ragazza di 32 anni. Circa cinque anni fa ho avuto la fortuna/sfortuna di lavorare all’interno di un punto vendita presente nel Centro Commerciale *** a Roncadelle (BS).
Non scriverò questa mia testimonianza semplicemente per lamentarmi del punto vendita in cui lavoravo (dove per altro incredibilmente ero assunta a tempo indeterminato).
La mia critica va oltre, direttamente alla sgradevole sensazione che mi hanno lasciato 6 mesi di lavoro all’interno di questo mostro chiamato “centro commerciale”, ribattezzato da me: “CPS dei poveri”.
Inizialmente la mia doveva essere un’assunzione part-time, che mi consentisse di guadagnare qualcosa mentre cercavo un lavoro più in linea con il mio percorso di studi.
Con il tempo mi resi conto che il numero di ore fatte effettivamente andava ben oltre quelle concordate. Sottoforma di straordinari, soprattutto nel periodo natalizio, mi son ritrovata a lavorare quasi full time e a tornare a casa stanca morta alle 23:00 di sera.
Sì, perché il mio part-time era distribuito in modo assurdo. Mi toccavano quasi sempre le chiusure serali, che in alcune sere si effettuavano alle 21:00 ma in altre addirittura alle 22:00.
Questi orari sballati influivano sul mio umore e sulla mia dieta. Non di rado, attacando nel pomeriggio e staccando alle 22:00 saltavo senza soluzione di continuità la cena. Privandomi per altro della possibilità di tornare a casa a cenare con il mio compagno o con i miei amici.
Non era di certo una cosa di cui lamentarsi, in quel periodo erano soldi che mi facevano comodo e nella mia testa c’era un chiodo fisso: “non avrei mai fatto quel lavoro per sempre”.
Ciò che mi consentiva di andare al lavoro, con un po’ più di serenità rispetto alle mie colleghe, era proprio quest’idea di temporaneo, un temporaneo sopportabile.
Guardavo invece con occhi tristi e con pietà la mia superiore. Una persona acida, repressa, priva di qualsiasi stimolo od interesse che non fosse “il Grande Fratello” e amenità simili.
Da anni perseguiva gli obbiettivi di vendita dell’azienda, facendo a gara con i dipendenti degli altri negozi della stessa catena, presenti naturalmente in altri centri commerciali. Sembrava che lei stessa facesse parte di un reality-show.
Un esempio della sua intolleranza nei miei confronti si mostrava quando le chiedevo il permesso per uscire prima, perchè al contrario di lei, oltre al lavoro avevo una vita: permesso immancabilmente negato: non sia mai, uscire un’ora prima, che sacrilegio!
Oltre alla mia capa ero circondata da “casi umani”. Sì, perché la maggior parte dei clienti dei centri commerciali, almeno per la mia esperienza, sono dei veri e propri casi umani. Persone povere e sole che pur di parlare con qualcuno venivano una volta a settimana, qualcuno quotidianamente, nel punto vendita in cui lavoravo. Con la scusa di acquistare qualcosa attaccavano bottone e, quasi come un’assistente sociale, oltre alla vendita dovevo occuparmi del loro stato mentale. D’altronde si sa, il cliente ha sempre ragione, mica puoi mandarlo a quel paese…
In realtà, oltre a questi personaggi penosi, si aveva a che fare anche con quei frustrati, tamarri, che si sentono fighi e padroni del mondo. Quelli che vengono a sfogare la loro rabbia su di te.
Beh, in quei casi, ora posso dirlo con goduria, qualcuno l’ho mandato a quel paese!
Ciò che più mi scandalizzava però erano le famiglie che, con meravigliose domeniche di sole, venivano al Centro Commerciale a passare il tempo.
Il punto della mia testimonianza è essenzialmente questo: non si può criticare la logica e le ingiustizie dei centri commerciali senza considerare le responsabilità dei suoi avventori e, perché no, di alcuni dei suoi lavoratori.
Finché ci saranno famiglie che la domenica al posto di andare al parco, a trovare i propri nonni, a fare un giro al lago, a vedere una mostra, a passare del tempo con gli amici, preferiscono rifugiarsi in un luogo in cui non devono rendere conto a nessuno, possono sentirsi felici semplicemente acquistando l’ultimo articolo che fa tendenza, possono vedere di persona la valletta o il tronista famoso di turno, possono sentirsi importanti trattando con maleducazione le commesse…beh…spunteranno sempre più centri commerciali e la vita di chi ci lavora peggiorerà sempre di più.
Queste persone, questi casi umani, sono gli stessi individui che si recano poi alle urne elettorali. Non c’è da stupirsi se il paese in cui viviamo è così povero.
Manca cultura, manca una politica degna che lavori sul sociale, mancano punti d’incontro che siano slegati dalle regole del mercato, manca la consapevolezza che studiare rende persone migliori, che la tv non è un buon insegnate, come del resto mancano posti di lavoro seri e adatti per chi ambisce ad esser più che una commessa.
I centri commerciali non sono altro che calamite per questa povertà, culturale ed economica. Non dovrebbero esistere, è questo quel che davvero penso!


Non più commesse ma assistenti sociali

Ciao a tutti sono Nadia ho 39 anni, sposata, due figli uno di 11 anni e l’altra di 9. Quest’anno sono esattamente 20 anni che faccio la commessa, 16 dei quali nella stessa azienda. Lavoro che mi ha sempre appassionato e che nonostante tutto svolgo con molta dedizione.
Ma ormai sono alla frutta. Non c’è più vita a lavorare 7 giorni su sette, tutte le festività tolte. Ma la cosa che più mi fa arrabbiare è che non ci sono più diritti solo doveri e se mi va bene è cosi, sennò “quella è la porta”.
Ci viene chiesto di lavorare alla domenica, tutte le domeniche, senza avere un riscontro economico. Ma fare la commessa non è una scelta di vita: ho sempre pensato che fare il medico, il prete, la suora fossero scelte di vita. Come cambiano le cose.  E nel frattempo noi veniamo sfruttati. Perchè secondo me questa è la cruda verità. E non ho più parole.