Un racconto breve, specchio di un’esperienza breve

— di Madama Daniulla

Sono una ragazza di 32 anni. Circa cinque anni fa ho avuto la fortuna/sfortuna di lavorare all’interno di un punto vendita presente nel Centro Commerciale *** a Roncadelle (BS).
Non scriverò questa mia testimonianza semplicemente per lamentarmi del punto vendita in cui lavoravo (dove per altro incredibilmente ero assunta a tempo indeterminato).
La mia critica va oltre, direttamente alla sgradevole sensazione che mi hanno lasciato 6 mesi di lavoro all’interno di questo mostro chiamato “centro commerciale”, ribattezzato da me: “CPS dei poveri”.
Inizialmente la mia doveva essere un’assunzione part-time, che mi consentisse di guadagnare qualcosa mentre cercavo un lavoro più in linea con il mio percorso di studi.
Con il tempo mi resi conto che il numero di ore fatte effettivamente andava ben oltre quelle concordate. Sottoforma di straordinari, soprattutto nel periodo natalizio, mi son ritrovata a lavorare quasi full time e a tornare a casa stanca morta alle 23:00 di sera.
Sì, perché il mio part-time era distribuito in modo assurdo. Mi toccavano quasi sempre le chiusure serali, che in alcune sere si effettuavano alle 21:00 ma in altre addirittura alle 22:00.
Questi orari sballati influivano sul mio umore e sulla mia dieta. Non di rado, attacando nel pomeriggio e staccando alle 22:00 saltavo senza soluzione di continuità la cena. Privandomi per altro della possibilità di tornare a casa a cenare con il mio compagno o con i miei amici.
Non era di certo una cosa di cui lamentarsi, in quel periodo erano soldi che mi facevano comodo e nella mia testa c’era un chiodo fisso: “non avrei mai fatto quel lavoro per sempre”.
Ciò che mi consentiva di andare al lavoro, con un po’ più di serenità rispetto alle mie colleghe, era proprio quest’idea di temporaneo, un temporaneo sopportabile.
Guardavo invece con occhi tristi e con pietà la mia superiore. Una persona acida, repressa, priva di qualsiasi stimolo od interesse che non fosse “il Grande Fratello” e amenità simili.
Da anni perseguiva gli obbiettivi di vendita dell’azienda, facendo a gara con i dipendenti degli altri negozi della stessa catena, presenti naturalmente in altri centri commerciali. Sembrava che lei stessa facesse parte di un reality-show.
Un esempio della sua intolleranza nei miei confronti si mostrava quando le chiedevo il permesso per uscire prima, perchè al contrario di lei, oltre al lavoro avevo una vita: permesso immancabilmente negato: non sia mai, uscire un’ora prima, che sacrilegio!
Oltre alla mia capa ero circondata da “casi umani”. Sì, perché la maggior parte dei clienti dei centri commerciali, almeno per la mia esperienza, sono dei veri e propri casi umani. Persone povere e sole che pur di parlare con qualcuno venivano una volta a settimana, qualcuno quotidianamente, nel punto vendita in cui lavoravo. Con la scusa di acquistare qualcosa attaccavano bottone e, quasi come un’assistente sociale, oltre alla vendita dovevo occuparmi del loro stato mentale. D’altronde si sa, il cliente ha sempre ragione, mica puoi mandarlo a quel paese…
In realtà, oltre a questi personaggi penosi, si aveva a che fare anche con quei frustrati, tamarri, che si sentono fighi e padroni del mondo. Quelli che vengono a sfogare la loro rabbia su di te.
Beh, in quei casi, ora posso dirlo con goduria, qualcuno l’ho mandato a quel paese!
Ciò che più mi scandalizzava però erano le famiglie che, con meravigliose domeniche di sole, venivano al Centro Commerciale a passare il tempo.
Il punto della mia testimonianza è essenzialmente questo: non si può criticare la logica e le ingiustizie dei centri commerciali senza considerare le responsabilità dei suoi avventori e, perché no, di alcuni dei suoi lavoratori.
Finché ci saranno famiglie che la domenica al posto di andare al parco, a trovare i propri nonni, a fare un giro al lago, a vedere una mostra, a passare del tempo con gli amici, preferiscono rifugiarsi in un luogo in cui non devono rendere conto a nessuno, possono sentirsi felici semplicemente acquistando l’ultimo articolo che fa tendenza, possono vedere di persona la valletta o il tronista famoso di turno, possono sentirsi importanti trattando con maleducazione le commesse…beh…spunteranno sempre più centri commerciali e la vita di chi ci lavora peggiorerà sempre di più.
Queste persone, questi casi umani, sono gli stessi individui che si recano poi alle urne elettorali. Non c’è da stupirsi se il paese in cui viviamo è così povero.
Manca cultura, manca una politica degna che lavori sul sociale, mancano punti d’incontro che siano slegati dalle regole del mercato, manca la consapevolezza che studiare rende persone migliori, che la tv non è un buon insegnate, come del resto mancano posti di lavoro seri e adatti per chi ambisce ad esser più che una commessa.
I centri commerciali non sono altro che calamite per questa povertà, culturale ed economica. Non dovrebbero esistere, è questo quel che davvero penso!


La storia degli altri

La storia degli altri, quelli che la domenica non lavorano, che possono insegnare ai propri figli il valore del tempo, della famiglia, dei valori semplici come lo stare insieme, fare un puzzle, un pic-nic all’ombra di un albero, facendo una corona di fiori o una caccia al tesoro, a raccogliere le castagne o semplicemente annoiandosi un pò.
Ma invece gli altri, quelli che la domenica non lavorano, che sono qui, al centro commerciale, ben vestiti, eccitati per la loro libertà, alla ricerca di qualcosa che li faccia apparire migliori, li faccia stare meglio, non sanno cosa fare se non rincorrere l’ideale che qualcuno gli ha imposto, di comprare per essere, per riempire il vuoto. E triste è il loro sguardo si incrocia con lo sguardo triste di chi invece vorrebbe evadere da quella prigione, per correre dai propri affetti, perchè la domenica è libertà e la libertà è rifiutare le costrizioni imposte della società, dal consumismo, dall’uniformarsi dell’apparire e dell’essere.
Ritornare alla natura, all’essenza del proprio io, alla calma. Tornare a vivere la domenica come un giorno speciale, diverso, per potersi guardare dentro e magari capirsi un pò di più e capire gli altri, per volersi e farsi del bene. Abbiamo bisogno di un futuro e un mondo migliore. Soprattutto oggi.
Buona domenica a tutti.