Invisibili in un luogo trasparente

una lettera che riceviamo e volentieri pubblichiamo in seguito alla quarta proiezione di Vite al Centro al Bios Lab di Padova il 28 maggio 2013.

“Invisibili in un luogo trasparente”

Queste parole descrivono perfettamente la mia condizione lavorativa e, soprattutto, la percezione che ho di me stessa durante le mie otto ore di turno nel Centro Commerciale. Ho visto l’anteprima del vostro documentario la settimana scorsa [28.05.13] al BIOS e mi è sembrato di vedere messo in scena il racconto della mia vita.
Lavoro da tre anni, come commessa, in un negozio ****  (noto negozio di gioielli) presso il Centro Commerciale *****  in località Verona. La mia situazione è leggermente diversa da quella delle ragazze del documentario: non è un lavoro a tempo pieno, io svolgo quel ruolo di “aiuto” nei periodi di maggior affluenza al centro commerciale, il sabato, la domenica e durante il periodo di Natale. Perciò da tre anni trascorro tutti i miei fine settimana in quella che io chiamo “la mia prigione di cristallo”. E da qui nasce un paradosso che fa affiorare molti problemi nella mia valutazione sul lavoro nei centri commerciali; se da un lato sono consapevole dei retroscena che il lavoro domenicale comporta nella società e nella vita delle persone, dall’altro non posso combattere in prima linea affinché questo paradigma venga spezzato, perché lavorare il fine settimana mi permette di pagare l’affitto, le tasse universitarie, i libri, il treno, ecc e non posso farne a meno. Da questo ne consegue il circolo vizioso che determina la condizione nella quale mi trovo a “lavorare”.
Al di là delle riflessioni sui “contratti farsa”, sui ritardi nei pagamenti, sull’assenza di diritti quali ad esempio la retribuzione di ferie e malattia, l’aspetto che più mi ha provocato problemi a livello personale ed emotivo è stato quello sollevato dall’infinito tempo a mia disposizione per riflettere sul mio ruolo all’interno del negozio in cui lavoro. Le mie domeniche sono occupate da turni di 8 ore, senza pausa, in completa solitudine, data la scarsa affluenza. Il tempo sembra non scorrerei mai mentre fisso l’ora del computer ed è in questi momenti di tedio che emergono le riflessioni sul senso del mio lavoro e soprattutto sul senso del mio essere in quel luogo come persona. Mi rendo conto di essere inutile e di non svolgere nessuna attività anche per otto ore di seguito e, credetemi, rimpiango il periodo di Natale, quando non ho neanche un minuto di tempo per pensare per dieci ore di fila. E’ l’atto del pensare che mi ha creato più problemi da quando lavoro lì, perché mi fa collegare tutte le piccole cose che accadono nel negozio e investirle di altri significati.
Il Centro Commerciale non è un vero luogo, ma è una sorta di “passeggiata” continua, un fluire di vite che allineano i propri passi in un percorso prestabilito fatto di sensi di marcia con fugaci incursioni in insenature commerciali. La mancanza di porte consente l’entrata e l’uscita scorrevoli di frotte di persone che guardano le vetrine, un po’ come fossero allo zoo. Si crea, quindi, per me, una strana dimensione, che osservo, appiattita contro il muro senza fare, fondamentalmente, nulla. Ed è qui che mi chiedo quale sia essenzialmente il ruolo che ricopro in quelle ore. E’ divertente, ad esempio, vedere le persone passare davanti al negozio, arrestarsi di colpo e fissare con sguardo rapito nella mia direzione, per poi accorgersi che stanno guardando con stupore il quadro che ritrae un cigno di cristallo posizionato proprio alle mie spalle. Da queste cose capisco quanto in quel momento io sia invisibile, quanto io stessa faccia parte dell’arredamento del negozio e dello stesso Centro Commerciale.
Da tre anni vedo le stesse persone, le stesse coppie di fidanzati, le stesse famiglie, passare davanti al mio negozio, ogni fine settimana, tutte le settimane. Spesso ci ho parlato, nel corso delle vendite e di molti ricordo anche nome e cognome visto che mi hanno lasciato i dati personali per essere aggiornati sulle promozioni, ma loro non sanno chi sono io. Se li incontro in posta o al cinema, ad esempio, non danno mai il minimo segno di avermi riconosciuta e questo testimonia l’inesistenza di relazioni interpersonali, di rapporti umani.
Anche tra colleghi è praticamente impossibile creare dei rapporti, ci incontriamo solo nei cambi-turno e comunichiamo su un quaderno dove scriviamo tutte le informazioni relative al lavoro, figuriamoci se c’è il tempo e lo spazio per parlare di noi. Per questo non esiste la classe sociale dei commessi dei centri commerciali, perché non c’è contatto così come, per la maggior parte, non c’è consapevolezza della propria condizione. Non è tanto la domenica al lavoro ad essere il problema, anche se tutti sembrano concentrarsi su questo, è un tema importante, si, ma piuttosto marginale. Bisognerebbe concentrarsi sulla persona e sul ruolo che in realtà non ricopre né lavorativamente né esistenzialmente. E’ una condizione di esseri interscambiabili, nella quale lavorare in un negozio o nell’altro non fa differenza, dove, potenzialmente, chiunque potrebbe ricoprire la posizione di responsabile, in quanto non decide niente.
Le aziende cercano di investire il lavoratore di una sorta di missione per dare un senso al proprio non fare, cercano di promuovere attività di team che non creano aggregazione, ma competizione. Da noi c’è “Agorà”, una specie di Social Network che mette in contatto tute le commesse di *** . Il progetto si prefigge di creare una comunità virtuale nella quale condividere le proprie esperienze di vendita con i colleghi, fare simpatici test e giochetti per mettersi alla prova cosa che mi sembra tanto una presa in giro: cercano di creare una socialità che non esiste, mascherando attività di competizione tra negozi con giochetti da minorati mentali.
Mi rendo conto, però, che nella maggior parte dei miei “colleghi” non c’è alcuna consapevolezza di ciò che sta accadendo, del cambiamento della società perché è già stato interiorizzato. Mi accorgo che, per assurdo, sono io, che durante la settimana non sono lì e studio, a viverlo più come un problema, rispetto a loro che vivono quotidianamente questa realtà.
Ci sarebbero tantissimi altri esempi della mancanza d’identità comune e del senso di appiattimento che si avverte nell’esercitare questa professione, così come vi sarebbero molte altre tematiche correlate a questa realtà; vedere il vostro documentario ha ridato luce a tante idee che da tre anni maturavano e per questo apprezzo molto il vostro lavoro. Spero di avere l’occasione di vedere la versione definitiva e ho intenzione di sviluppare anch’io un lavoro a riguardo perché mi piacerebbe partire da qui per costruire la mia tesi di laurea.
In bocca al lupo per i progetti futuri.

lettera firmata


rassegna stampa anteprima

http://video.corriere.it/vite-centro-come-cambiano-lavoro-famiglia-/6a49fa76-b32f-11e2-b198-926b52542ff3

http://www.lavocedelpopolo.it/index_dettagli.php?get_id=9352

http://www.bresciaoggi.it/stories/dalla_home/506598_la_dura_vita_dellecommesse_diventa_un_film/

http://www.bresciaoggi.it/videos/649_servizi/41284/?pag=1

http://www.nuovoeden.it/news.asp?idi=221

http://celluloide.radiondadurto.org/2013/05/07/vite-al-centro/

http://www.bsnews.it/notizia/24777/29_04_2013_Vite_al_centro_storie_di_donne_che_lavorano_

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=368229033288594&set=a.354378278007003.1073741830.352084224903075&type=1&theater

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=366877300090434&set=a.354378278007003.1073741830.352084224903075&type=1&theater

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=366877386757092&set=a.354378278007003.1073741830.352084224903075&type=1&theater

http://www.didove.it/dettagli/vite-al-centroanteprima-nazionale/533032/

http://www.cislbrescia.it/2013/05/03/vite-al-centro-storie-di-donne-che-lavorano/

http://www.aclibresciane.it/eventi_scheda.asp?id=309

 

 


Eleonora Feroldi – estratti intervista

00:01:47:20 – Una volta gli orari occupavano l’intera giornata però lavoravi una maniera più rilassata, con più attenzione alla vendita, al cliente, i ruoli ruoli erano definiti. E massimo alle 20 eri libera. Lunedi mattina o il giovedi si chiudeva mezza giornata.

00:05:19:07 – L’ultima botta è stata quella delle liberalizzazioni – Salvaitalia liberalizzatutto. A questo punto diventa difficile per la comessa trovare del tempo libero per la famiglia e la casa. Con la crisi tutto si è ribaltato: per ridurre i costi le aziende hanno preteso che si cambiasse la struttura del lavoro: orari spezzati che influiscono più di prima perché gli orari complessivi sono molto più lunghi. Fai tre ore la mattina e poi quattro ore alla sera ma di fatto sei via da casa il doppio delle ore rispetto a prima.

00:09:18:24 – Le tappe: prima si lavorava solo le domeniche di natale. e basta. Poi Bersani nel ’98 ha liberalizzato oltre a quelle, altre 8 domeniche all’anno da concordare a livello locale. Poi nel 2007 altro decreto dove la Regione decideva in base alle zone turistiche quali domeniche erano di apertura, ma comunque erano numerate, limitate. Poi nel 2011 si è arrivati al Salvaitalia dove non ci sono più regole: si è aperti 52 settimane all’anno dal lunedì alla domenica.

00:14:44:23 – Si vuole camuffare un azione di liberalizzazione per lo sviluppo e crescita, rilancio consumi e occupazione, con altro. Non sono stati obbiettivi raggiunti. Quello che ci sta dietro è una modificazione dell’idea stessa di lavoro e riposo. Di giorni feriali e festivi.

00:16:40:15 – Questo decreto ha favorito la grande distribuzione: i piccoli negozi fanno fatica a tenere questa struttura di orari. E’ evidentemente un favore fatto ai grandi perchè sono gli unici a porterla sostenere.

00:17:47:12 – La conseguenza è che i lavoratori del commercio hanno un orario talmente lungo che difficilmente riescono a fare altro. Se devi fare un orario spezzato difficilmente riesci a fare altri lavori. Tanti fanno scelta del partime. Con la legge sulla flessibilità, una volta firmato il contratto le aziende possono cambiare gli orari fino a 2 gg prima. E così non riesci ad organizzarti la vita come chi lavora in ufficio o altrove. Per una donna lavorare nel settore commercio e decidere di fare una familiga è complicatissimo: assistiamo a molti licenziamenti entro l’anno del bambino. Brescia ha il palmares nazionale. I licenziamenti delle neo mamme prima dell’anno del bambino per evitare la disoccupazione sono aumentate in maniera sproporzionata.

00:20:15:04 – Non riesci a gestire: non hai asili che tengono aperti fino alle 20 di sera e se non hai i nonni, come fai? Il welfare in Italia è la famiglia: se viene a mancare la struttura famigliare viene a mancare il welfare. Le strutture sociali sono sempre meno.


Oriella Savoldi – estratti intervista

00:00:20:05 – Da qui vediamo un grande centro commerciale. Che è recente. E che parzialmente è ospitato dentro una struttura riadattata e spersonalizzata rispetto alla sua storia, che era una grande fabbrica metalmeccanica bresciana che ha fatto anche la storia del movimento sindacale.

00:01:42:03 – Qui giravano 2300 dipendenti. Erano metalmeccanici e una marea di persone in tuta blu che si spostavano in rapporto agli orari di lavoro e che attraversavano le strade della città, dal lavoro alle case.

00:02:13:24 – Quell’immagine che ha fatto la storia bresciana. Brescia è una repubblica prevalemtenente metalmeccanica. Se guardiamo oggi come si è trasformata dà il conto dei passaggi che sono avvenuti.

00:02:37:22 – Oggi qui non lavorano metalmenccanici. Non sono sicuramentte 2300. Dentro il centro commerciale sono circa 200 dipendenti, ma non intendiamo nè uomini nè donne che si avvicendano 8 ore al giorno. Ci sono orari e punte modificate. E sappiamo che c’è personale non regolarizzato.

00:03:25:02 – Questa è la trasformazione avvenuta. Che è anche una trasformazione parziale del paesaggio. Si è persa la fisionomia della struttura originaria, cambiando il paesaggio della città e il tessuto sociale della città.

00:09:53:22 – E’ una trasformazione avvenuta che da conto di un mondo industriale cambiato ma non per questo non meno importante e che può contare su intelligenze che dalle nostre parti permangono. La cosa vera è che oggi i lavoratori sono meno pagati e più maltrattati di prima: assistiamo a forme ottocentesche di sfruttamento, forme di sfruttamento che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. Significa perdere molto dell’avanzamento in termini di diritti del mondo sindacale.

00:12:20:23 – C’è un senso di perdita che accompagna quelle generazioni che hanno vissuto in un clima dove era pensabile porsi degli obbierttivi. Oggi assistiamo al prevalere di un’incertezza rispetto al futuro.

00:15:51:24 – Laddove, sulla base di vincoli e normative, le imprese che hanno adotatto trasformazioni facendo leva sulla crisi ambientale, hanno sviluppato tecnologie che possono rispondere ad un bisogno urgente. In quella direzione si richiedono nuove conoscenze. E’ chiaro che i giovani trovano così apertura e accesso. Perché sono portatori di conoscenza e la conoscenza si forma in rapporto all’esperienza: la mia generazione ha sviluppato esperienze datate legate ad un preciso contesto. Le imprese che scommettono sulla conoscenza, la ricerca, l’innovazione di prodotto trovano una dinamica positiva e si affermano positivamente.

00:17:54:21 – Ma dove si lavora sulla riduzione di costi e diritti è chiaro che non importano le generazioni portatrici di conoscenza. In certi campi è più facile giocare sul piano dello sfruttamento e abbattimento di costi anche in virtù di una disponibilità ampia di manodopera.

00:30:58:03 – Queste realtà rispondono ad altri interessi e non alla domanda. Ma anche in rapporto al lavoro domenicale: la LIBERALIZZAZIONE del lavoro domenicale ha determinato che oggi si allunga l’orario di lavoro e non si guarda alla precarizzazione che c’è. Se è vero che l’80% sono donne ancora una volta si insiste su una pressione che non ha ragioni sensate di esistere.

00:31:56:01 – Dovrebbe avvenire il contrario: dovremmo vedere una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro alla luce della crisi attuale e per la quale non esistono ricette.

00:32:42:22 – L’obbligo del lavoro domenicale e su turni assurdi ribalta l’organizzazione di vita di una donna. Di fatto mantenendosi impegnate a lavoro le donne tendono a ricorrere a collaborazioni diverse per redistribuire un lavoro insostenibile. E una pressione che non da tregua. Se prima era una pressione che obbligava la donna a redistribuire il proprio tempo dal lunedi al venerdi, ora con la domenica significa non avere tregua. Sappiamo che il momento del riposo è anche di rigenerazione delle energie. E’ come se la realtà umana, se ci fosse una pretesa nelle logiche dell’impresa che vuole lasciar fuori la realtà umana. Senza vedere che una realtà umana insieme ai bisogni soddisfatti porta anche le intelligenze, le predisposizioni a creare ed essere produttivi.

00:36:13:23 – tutto questo mi pare venga banalizzato. Il fatto che ci siano donne che sono per lo più sottoposte a orari assurdi, a stress e contratti di lavoro che non riconoscono, è un impoverimento non soltanto del tessuto sociale, perche sacrifica la propensione umana dello sviluppo delle relazioni, ma sacrifica anche il dippiù che ogni persona può dare alla prestazione. E un grande impoverimento sociale economico e delle performance dell’impresa. Che non sanno cogliere la potenzialità delle persone che lavorano. E’ come se sacrificassero le parti migliori che si potrebbero sviluppare invece in un’economia che guarda al bene di tutti.


Luciano Lussignoli – estratti intervista

33 – Lussignoli intervista

00:04:43:16 – Se la storia moderna della città, ha prodotto 79.000 mq di superficie commerciale, da quanto emerge dal nuovo PGT deduciamo che il comune di Brescia ha pensato di aumentare del 70% in 5 anni ciò che è stato precedentemente costruito in 100 anni.

00:05:22:18 – Non è detto che incrementare oltre una certa soglia le dotazioni commerciali aumenti i livelli del servizio: a volte lo depauperano nella sua articolazione. Negli anni ’60 quando nacquero i primi supermarket l’effetto fu la chiusura di tanti piccoli negozi.

00:05:50:16 – Oggi sembra evidente che la città voglia andare nella direzione della grande distribuzione come unico sistema di servizio per il cittadino.

00:06:03:03 – la scelta di Brescia porta la dotazione del patrimonio commerciale per singolo cittadino a livelli impensabili. Già oggi ogni cittadino bresciano dispone di 0,41mq di attrezzatura commerciale mentre a Milano è 0,12. Quasi un quarto. Dopo gli interventi previsti dal PGT sarà ancora più alto.

00:11:25:17 – Il bisogno effettivo non è rilevato. Non credo che non lo sia per carenza di tempo o incapacità professionale. La relazione è sicuramente complessa e articolata da effettuare.

00:12:03:20 – La localizzazione e la realizzazione di grandi strutture le hanno sempre decise le grandi catene, certo non le amministrazioni. D’altra parte, i dati dimostrano che un calcolo del fabbisogno reale non avrebbe giustificato questi nuovi insediamenti.

00:12:40:03 – Cosa succederà poi in città è difficile prevederlo.


Alberto Pluda – estratti intervista

30 – Intervista Pluda

00:02:56:20 – Non c’è dubbio che l’evoluzione del commercio ha avuto un impatto devastante sui lavoratori in generale, ma sopratutto sulle donne e le commesse.

00:04:34:19 – Non c’è dubbio che nel contesto attuale tutto è rimesso in discussione, anche nella grande distribuzione: maggiore dedizione, flessibilita. Parecchi passi indietro nel rispetto di diritti consolidati e sindacalmente ottenuti.

00:05:05:15 – Questo richiede anche da parte nostra una riflessione: oggi risulta sempre più necessario il rapporto individuale con la persona: facciamo fatica a aggregare grossi numeri. La disarticolazione degli orari impedisce i momenti di confronto come l’assemblea sindacale.

00:06:26:15 – Negli ultimi tempi ci scontriamo con la difficoltà di far capire al lavoratore che sul luogo di lavoro bisogna riscopire la dignità. I datori sono sempre piu aggressivi, richiedono maggiore produttività anche a scapito della qualità del servizio. Qualche anno fa il servizio alla clientela era un valore aggiunto. Oggi si preferisce lasciare da parte il servizio per dedicarsi alla preparazione del punto vendita. Oggi l’importante è che tu prepari e il cliente si arrangerà. Questo ha portato ad uno svilimento delle mansioni e un forte senso di frustazione: una volta mi relazionavo con le persone, oggi solo con i prodotti.

00:08:05:00 – Questo richiede un maggiore intervento sulla formazione, sull’importanza che la dignità del lavoro arreca alla dignità della persona. Le due cose non vanno separate, vanno unite. Diversamente il lavoratore non si sentirà motivato, non riuscirà a costruire relazioni, non parteciperà all’idea che l’azienda è un pezzo della sua vita. Questa dimensione va ricostruita.

00:09:03:12 – I nostri sportelli e uffici stanno diventando sportelli sociali. Non piu sportelli di problemi legati al lavoro, ma di gente che ha bisogno di relazionarsi, di qualcuno che ascolti.


Alessio Merigo – estratti intervista

28 – Intervista Merigo

00:02:41:21 – In questi ultimi anni, 10 circa, la struttura urbanistica ed economica della città e della provincia ha conosciuto grandi variazioni. In primo luogo, un processo forte di deindustrializazzione: aree dismesse e un forte impatto ambientale, come la zona del cimitero di Brescia. Il secondo elemento: la crescita smisurata di poli commerciali che hanno modificato l’assetto viario. Il terzo è una tendenza progressiva e pericolosa allo svuotamento dei centri storici e delle periferie delle piccole imprese e del commercio.

00:03:41:10 – Se vogliamo guardare la cosa dal punto di vista ambientale si è verificato un fatto decisamente negativo: la compromissione del territorio.

00:03:57:13 – Un altro elemento che ci preoccupa è che accanto alla crisi economica assistiamo ad una graduale dismissione della piccola e media impresa. Il quadro è preoccupante. Noi lo vediamo nelle nuove attività che tendono a partire e poi nel giro di pochi mesi sono costrette a prendere atto dell’ impraticabilità e a chiudere. A questo si accompagna anche una crisi più generale e il calo progressivo dei consumi. La torta si riduce e aumentano coloro che vorrebbero una fetta. Di conseguenza, non è più concorrenza commerciale tra piccole e medie imprese, ma è il killeraggio dell’avversario. La logica è: posso crescere se distruggo i concorrenti. Questa è la caratteristica fondamentale dei centri commerciali e la filosfia della grande distribuzione.

00:06:38:24 – Il decreto Salvaitalia è nato con un presupposto condivisibile: l’idea che si possano rilanciare competitività e consumi con la liberalizzazione. Ma alla fine le lobby qui prevalgono e di tutte le liberalizzazioni preventivate l’unica che è rimasta in piedi è quella degli orari di apertura dei centri commerciali. Inoltre il rilancio dei consumi passa solo attraverso un aumento dei redditi: incremento dei salari e diminuzione della pressione fiscale.

00:09:49:23 – Si è inoltre innescato un ulteriore processo di aggravamento che ha riaperto il tema della qualità della vita di coloro che lavorano nei centri commerciali. La grande distribuzione nel momento in cui è partito il decreto ha rivisto al ribasso tutti i contratti coi lavoratori dipendenti: abbassamento degli stipendi domenicali e aumento dei turni.

00:11:16:07 – I nuovi PGT destinano anche a BS altre aree per la realizzazione di nuovi centri commerciali laddove non c’è necessità e questo pregiudica una reale lettura economica e sociale del problema. Si tratta ancora una volta di realizzare opportunità per i costruttori, per i comuni dove vengono portati benefici, ma che questo sia coniugabile con una effettiva esigenza di natura commerciale è assolutamente negabile. Brescia e dintorni hanno la densità della grande distribuzione in rapporto con gli abitanti tra le piu alte d’europa.

00:13:17:02 – Io credo che il rilancio passi anche attraverso la rivitalizzazione dei centri storici e delle periferie in modo da ricostruire quel tessuto fatto di piccole medie imprese e socialità che oggi sta morendo perchè vengono affermati modelli consumistici che non ci appartengono culturalmente e storicamente.

00:19:39:20 – La cosa che più mi spaventa è la miopia degli amministratori. Non c’è oggi una reale discussione su questi temi. Tempo fa chiesi all’assessore di Brescia come immaginava la città tra 10 anni. Non ebbi risposta.


Commesse licenziate perchè si iscrivono al sindacato

Va bene la crisi, con conseguente rischio di chiusura e di licenziamento, ma ci sono anche piccoli e grandi imprenditori che ignorano qualsiasi tutela sindacale. E’ accaduto in un negozio del centro storico di Perugia che vende scarpe da qualche decennio: 4 lavoratrici sono state licenziate dalla sera alla mattina perchè hanno deciso di iscriversi ad un sindacato nella fattispecie l’ UGL per chiedere una consulenza sui loro diritti contrattuali.

http://notizie.virgilio.it/cronaca/licenziate-perch-iscritte-al-sindacato120413-283088.html?pmk=hpsoc&rnd=43797