domenica di giovedì

Buona domenica, la mia si è spostata di giovedì. Lavoro da Mondo Convenienza, punto vendita di Serravalle Scrivia, con contratto full time. Ho salutato con entusiasmo questo nuovo lavoro, dopo più di un anno di disoccupazione. In fase di selezione ci è stato ripetuto alla nausea Nei negozi si lavora tutti i sabati, tutte le domeniche e tutti i festivi. Promessa mantenuta, 51 domeniche lavorate all’anno,  tutti i festivi tranne Natale, S. Stefano e Pasqua. I colleghi part time hanno modo di rigenerarsi durante i giorni di riposo, noi full time siamo di proprietà dell’azienda, il nostro orario di lavoro viene modificato di continuo ad uso e consumo del punto vendita. In negozio sembra esserci una sola priorità, garantire i picchi di lavoro, sempre e comunque. Chiunque sa che i picchi non sono prevedibili. E se in una giornata ci sono pochi clienti, alcuni venditori vengono caldamente invitati  a prendere permessi retribuiti e andarsene a casa. Lo straordinario non concordato è praticamente sempre recuperato. Muoviti! C’è gente! Come faccio a risolvere un problema a un cliente di domenica, se gli uffici di riferimento sono tutti chiusi? Sia operativa tutta l’azienda. Quanti miei amici sono a casa al giovedì? Nessuno. Ma nessuno, pochi, cerca di opporsi. I sindacati stanno cercando un accordo per una domenica di riposo al mese, ma al momento le porte sono sbarrate, la risposta è: non è possibile per imprescindibili esigenze tecnico-organizzative. Da quando fare profitto è esigenza tecnica? Quei pochi colleghi che usano ancora la propria testa e non si piegano alle logiche aziendali, vengono messi da parte e penalizzati. Basta!


Ci hanno rubato la vita

— di Giancarlo Mazzamuto

La mattina mi sveglio e faccio colazione insieme a mia moglie. Puliamo casa velocemente, diamo da mangiare ai gatti… e poi si parte per andare a lavoro per rivedersi solo alle 21. Niente ferie da anni perché non possiamo permetterci di pagare una commessa. Le nostre ferie erano le domeniche che potevamo passare insieme, ma ce le hanno rubate, insieme alla nostra vita! Mia figlia torna da Firenze, dove studia Architettura il fine settimana, ma la vedo giusto a cena il venerdì. Guardo le persone che vengono a rinchiudersi dentro il centro commerciale con un senso di pena e compassione…se io avessi una domenica libera andrei al mare con mia moglie, o in mezzo alla natura od in una città d’arte, la passerei con mia figlia … ma di certo mai in un posto così alienante. Qualcuno potrebbe obiettare che in fondo sono libero di scegliere un altro posto per lavorare, ma le cose non sono o bianche o nere, ed alle volte ci sono zone grigie che non ti permettono di poter scegliere. E’ dal 2003 che insieme a mia moglie gestisco un negozio in un centro commerciale più un negozio in paese. All’inizio la domenica di apertura era la prima. Poi la grande distribuzione ci ha obbligati ad una seconda seconda apertura, poi ad una terza…ed infine siamo arrivati a tutte e quattro. Nel 2009 abbiamo fatto causa alla maggioranza del nostro centro commerciale (gruppo Panorama). Abbiamo perso. Poi è arrivato in nostro soccorso il regolamento della Regione che imponeva una concertazione tra Comune e parti interessate ed abbiamo ottenuto un massimo di 33 aperture all’anno tra domeniche e festività ed 8 giorni di chiusura obbligatoria nelle festività canoniche pasqua natale ecc. Ma puntuale in soccorso dei potenti è arrivato il Sig. Monti, secondo cui la liberalizzato delle aperture avrebbe portato più lavoro e più occupazione. Nessuno gli aveva detto che se la gente non ha soldi non li spende , e così non solo sono diminuiti gli incassi ed aumentate le spese, ma le assunzioni promesse non ci sono state, ed è aumentata la precarietà. Noi piccoli commercianti siamo stati sacrificati come agnelli insieme ai dipendenti a tutto vantaggio dei grandi gruppi. La libertà di culto religioso è soppressa, il piacere di stare in famiglia , la libertà imprenditoriale, costituzionalmente riconosciuti, non esistono più, ed anche i rapporti sociali si fanno difficili, perché quando passi al lavoro dalle 08.30 alle 20,30, poi non hai più molta voglia (e forza) di socializzare. Questa è la mia vita.


Dalla parte dei responsabili di negozio….anche loro sono esseri umani

E quest’anno a maggio ho festeggiato i miei primi 9 anni come responsabile di punto vendita! Sono una responsabile atipica che cerca di capire prima le esigenze familiari degli altri e poi le esigenze dell’azienda! Eppure capisco perché tanti miei colleghi si comportano in maniera diametralmente opposta. In nove anni ho cambiato 11 sedi di lavoro, le mie ferie sono state puntualmente fatte saltare da esigenze lavorative, ho lavorato dai 6 ai 7 giorni in una settimana spesso anche per 12/13 ore di fila. Quando mia sorella si è laureata io ero al lavoro ad 800 km di distanza, quando mia nonna è morta io ero al lavoro a 400 km di distanza, quando mio nipote è nato io ero al lavoro a 500 km di distanza. Non ho vita sociale perché quando conosco qualcuno e mi lego a lui vengo puntualmente trasferita e devo ricominciare da capo! Alla fine vivo tra un vestito ed un surgelato, eppure ancora capisco che non si vive per lavorare ma si lavora per vivere e se io ormai sono bruciata penso che almeno il mio personale abbia diritto ad una vita! Non sempre è facile: spesso mi scontro con l’intransigenza dei miei superiori che sostengono che se loro l’hanno fatto devono farlo anche gli altri…… e allora mi chiedo: di chi è la colpa di questa situazione allucinante? La risposta è semplice: la colpa è di quei clienti che pretendono, pretendono, pretendono senza però dare nulla in cambio……


Invisibili in un luogo trasparente

una lettera che riceviamo e volentieri pubblichiamo in seguito alla quarta proiezione di Vite al Centro al Bios Lab di Padova il 28 maggio 2013.

“Invisibili in un luogo trasparente”

Queste parole descrivono perfettamente la mia condizione lavorativa e, soprattutto, la percezione che ho di me stessa durante le mie otto ore di turno nel Centro Commerciale. Ho visto l’anteprima del vostro documentario la settimana scorsa [28.05.13] al BIOS e mi è sembrato di vedere messo in scena il racconto della mia vita.
Lavoro da tre anni, come commessa, in un negozio ****  (noto negozio di gioielli) presso il Centro Commerciale *****  in località Verona. La mia situazione è leggermente diversa da quella delle ragazze del documentario: non è un lavoro a tempo pieno, io svolgo quel ruolo di “aiuto” nei periodi di maggior affluenza al centro commerciale, il sabato, la domenica e durante il periodo di Natale. Perciò da tre anni trascorro tutti i miei fine settimana in quella che io chiamo “la mia prigione di cristallo”. E da qui nasce un paradosso che fa affiorare molti problemi nella mia valutazione sul lavoro nei centri commerciali; se da un lato sono consapevole dei retroscena che il lavoro domenicale comporta nella società e nella vita delle persone, dall’altro non posso combattere in prima linea affinché questo paradigma venga spezzato, perché lavorare il fine settimana mi permette di pagare l’affitto, le tasse universitarie, i libri, il treno, ecc e non posso farne a meno. Da questo ne consegue il circolo vizioso che determina la condizione nella quale mi trovo a “lavorare”.
Al di là delle riflessioni sui “contratti farsa”, sui ritardi nei pagamenti, sull’assenza di diritti quali ad esempio la retribuzione di ferie e malattia, l’aspetto che più mi ha provocato problemi a livello personale ed emotivo è stato quello sollevato dall’infinito tempo a mia disposizione per riflettere sul mio ruolo all’interno del negozio in cui lavoro. Le mie domeniche sono occupate da turni di 8 ore, senza pausa, in completa solitudine, data la scarsa affluenza. Il tempo sembra non scorrerei mai mentre fisso l’ora del computer ed è in questi momenti di tedio che emergono le riflessioni sul senso del mio lavoro e soprattutto sul senso del mio essere in quel luogo come persona. Mi rendo conto di essere inutile e di non svolgere nessuna attività anche per otto ore di seguito e, credetemi, rimpiango il periodo di Natale, quando non ho neanche un minuto di tempo per pensare per dieci ore di fila. E’ l’atto del pensare che mi ha creato più problemi da quando lavoro lì, perché mi fa collegare tutte le piccole cose che accadono nel negozio e investirle di altri significati.
Il Centro Commerciale non è un vero luogo, ma è una sorta di “passeggiata” continua, un fluire di vite che allineano i propri passi in un percorso prestabilito fatto di sensi di marcia con fugaci incursioni in insenature commerciali. La mancanza di porte consente l’entrata e l’uscita scorrevoli di frotte di persone che guardano le vetrine, un po’ come fossero allo zoo. Si crea, quindi, per me, una strana dimensione, che osservo, appiattita contro il muro senza fare, fondamentalmente, nulla. Ed è qui che mi chiedo quale sia essenzialmente il ruolo che ricopro in quelle ore. E’ divertente, ad esempio, vedere le persone passare davanti al negozio, arrestarsi di colpo e fissare con sguardo rapito nella mia direzione, per poi accorgersi che stanno guardando con stupore il quadro che ritrae un cigno di cristallo posizionato proprio alle mie spalle. Da queste cose capisco quanto in quel momento io sia invisibile, quanto io stessa faccia parte dell’arredamento del negozio e dello stesso Centro Commerciale.
Da tre anni vedo le stesse persone, le stesse coppie di fidanzati, le stesse famiglie, passare davanti al mio negozio, ogni fine settimana, tutte le settimane. Spesso ci ho parlato, nel corso delle vendite e di molti ricordo anche nome e cognome visto che mi hanno lasciato i dati personali per essere aggiornati sulle promozioni, ma loro non sanno chi sono io. Se li incontro in posta o al cinema, ad esempio, non danno mai il minimo segno di avermi riconosciuta e questo testimonia l’inesistenza di relazioni interpersonali, di rapporti umani.
Anche tra colleghi è praticamente impossibile creare dei rapporti, ci incontriamo solo nei cambi-turno e comunichiamo su un quaderno dove scriviamo tutte le informazioni relative al lavoro, figuriamoci se c’è il tempo e lo spazio per parlare di noi. Per questo non esiste la classe sociale dei commessi dei centri commerciali, perché non c’è contatto così come, per la maggior parte, non c’è consapevolezza della propria condizione. Non è tanto la domenica al lavoro ad essere il problema, anche se tutti sembrano concentrarsi su questo, è un tema importante, si, ma piuttosto marginale. Bisognerebbe concentrarsi sulla persona e sul ruolo che in realtà non ricopre né lavorativamente né esistenzialmente. E’ una condizione di esseri interscambiabili, nella quale lavorare in un negozio o nell’altro non fa differenza, dove, potenzialmente, chiunque potrebbe ricoprire la posizione di responsabile, in quanto non decide niente.
Le aziende cercano di investire il lavoratore di una sorta di missione per dare un senso al proprio non fare, cercano di promuovere attività di team che non creano aggregazione, ma competizione. Da noi c’è “Agorà”, una specie di Social Network che mette in contatto tute le commesse di *** . Il progetto si prefigge di creare una comunità virtuale nella quale condividere le proprie esperienze di vendita con i colleghi, fare simpatici test e giochetti per mettersi alla prova cosa che mi sembra tanto una presa in giro: cercano di creare una socialità che non esiste, mascherando attività di competizione tra negozi con giochetti da minorati mentali.
Mi rendo conto, però, che nella maggior parte dei miei “colleghi” non c’è alcuna consapevolezza di ciò che sta accadendo, del cambiamento della società perché è già stato interiorizzato. Mi accorgo che, per assurdo, sono io, che durante la settimana non sono lì e studio, a viverlo più come un problema, rispetto a loro che vivono quotidianamente questa realtà.
Ci sarebbero tantissimi altri esempi della mancanza d’identità comune e del senso di appiattimento che si avverte nell’esercitare questa professione, così come vi sarebbero molte altre tematiche correlate a questa realtà; vedere il vostro documentario ha ridato luce a tante idee che da tre anni maturavano e per questo apprezzo molto il vostro lavoro. Spero di avere l’occasione di vedere la versione definitiva e ho intenzione di sviluppare anch’io un lavoro a riguardo perché mi piacerebbe partire da qui per costruire la mia tesi di laurea.
In bocca al lupo per i progetti futuri.

lettera firmata


rassegna stampa anteprima

http://video.corriere.it/vite-centro-come-cambiano-lavoro-famiglia-/6a49fa76-b32f-11e2-b198-926b52542ff3

http://www.lavocedelpopolo.it/index_dettagli.php?get_id=9352

http://www.bresciaoggi.it/stories/dalla_home/506598_la_dura_vita_dellecommesse_diventa_un_film/

http://www.bresciaoggi.it/videos/649_servizi/41284/?pag=1

http://www.nuovoeden.it/news.asp?idi=221

http://celluloide.radiondadurto.org/2013/05/07/vite-al-centro/

http://www.bsnews.it/notizia/24777/29_04_2013_Vite_al_centro_storie_di_donne_che_lavorano_

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=368229033288594&set=a.354378278007003.1073741830.352084224903075&type=1&theater

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=366877300090434&set=a.354378278007003.1073741830.352084224903075&type=1&theater

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=366877386757092&set=a.354378278007003.1073741830.352084224903075&type=1&theater

http://www.didove.it/dettagli/vite-al-centroanteprima-nazionale/533032/

http://www.cislbrescia.it/2013/05/03/vite-al-centro-storie-di-donne-che-lavorano/

http://www.aclibresciane.it/eventi_scheda.asp?id=309

 

 


Eleonora Feroldi – estratti intervista

00:01:47:20 – Una volta gli orari occupavano l’intera giornata però lavoravi una maniera più rilassata, con più attenzione alla vendita, al cliente, i ruoli ruoli erano definiti. E massimo alle 20 eri libera. Lunedi mattina o il giovedi si chiudeva mezza giornata.

00:05:19:07 – L’ultima botta è stata quella delle liberalizzazioni – Salvaitalia liberalizzatutto. A questo punto diventa difficile per la comessa trovare del tempo libero per la famiglia e la casa. Con la crisi tutto si è ribaltato: per ridurre i costi le aziende hanno preteso che si cambiasse la struttura del lavoro: orari spezzati che influiscono più di prima perché gli orari complessivi sono molto più lunghi. Fai tre ore la mattina e poi quattro ore alla sera ma di fatto sei via da casa il doppio delle ore rispetto a prima.

00:09:18:24 – Le tappe: prima si lavorava solo le domeniche di natale. e basta. Poi Bersani nel ’98 ha liberalizzato oltre a quelle, altre 8 domeniche all’anno da concordare a livello locale. Poi nel 2007 altro decreto dove la Regione decideva in base alle zone turistiche quali domeniche erano di apertura, ma comunque erano numerate, limitate. Poi nel 2011 si è arrivati al Salvaitalia dove non ci sono più regole: si è aperti 52 settimane all’anno dal lunedì alla domenica.

00:14:44:23 – Si vuole camuffare un azione di liberalizzazione per lo sviluppo e crescita, rilancio consumi e occupazione, con altro. Non sono stati obbiettivi raggiunti. Quello che ci sta dietro è una modificazione dell’idea stessa di lavoro e riposo. Di giorni feriali e festivi.

00:16:40:15 – Questo decreto ha favorito la grande distribuzione: i piccoli negozi fanno fatica a tenere questa struttura di orari. E’ evidentemente un favore fatto ai grandi perchè sono gli unici a porterla sostenere.

00:17:47:12 – La conseguenza è che i lavoratori del commercio hanno un orario talmente lungo che difficilmente riescono a fare altro. Se devi fare un orario spezzato difficilmente riesci a fare altri lavori. Tanti fanno scelta del partime. Con la legge sulla flessibilità, una volta firmato il contratto le aziende possono cambiare gli orari fino a 2 gg prima. E così non riesci ad organizzarti la vita come chi lavora in ufficio o altrove. Per una donna lavorare nel settore commercio e decidere di fare una familiga è complicatissimo: assistiamo a molti licenziamenti entro l’anno del bambino. Brescia ha il palmares nazionale. I licenziamenti delle neo mamme prima dell’anno del bambino per evitare la disoccupazione sono aumentate in maniera sproporzionata.

00:20:15:04 – Non riesci a gestire: non hai asili che tengono aperti fino alle 20 di sera e se non hai i nonni, come fai? Il welfare in Italia è la famiglia: se viene a mancare la struttura famigliare viene a mancare il welfare. Le strutture sociali sono sempre meno.


Oriella Savoldi – estratti intervista

00:00:20:05 – Da qui vediamo un grande centro commerciale. Che è recente. E che parzialmente è ospitato dentro una struttura riadattata e spersonalizzata rispetto alla sua storia, che era una grande fabbrica metalmeccanica bresciana che ha fatto anche la storia del movimento sindacale.

00:01:42:03 – Qui giravano 2300 dipendenti. Erano metalmeccanici e una marea di persone in tuta blu che si spostavano in rapporto agli orari di lavoro e che attraversavano le strade della città, dal lavoro alle case.

00:02:13:24 – Quell’immagine che ha fatto la storia bresciana. Brescia è una repubblica prevalemtenente metalmeccanica. Se guardiamo oggi come si è trasformata dà il conto dei passaggi che sono avvenuti.

00:02:37:22 – Oggi qui non lavorano metalmenccanici. Non sono sicuramentte 2300. Dentro il centro commerciale sono circa 200 dipendenti, ma non intendiamo nè uomini nè donne che si avvicendano 8 ore al giorno. Ci sono orari e punte modificate. E sappiamo che c’è personale non regolarizzato.

00:03:25:02 – Questa è la trasformazione avvenuta. Che è anche una trasformazione parziale del paesaggio. Si è persa la fisionomia della struttura originaria, cambiando il paesaggio della città e il tessuto sociale della città.

00:09:53:22 – E’ una trasformazione avvenuta che da conto di un mondo industriale cambiato ma non per questo non meno importante e che può contare su intelligenze che dalle nostre parti permangono. La cosa vera è che oggi i lavoratori sono meno pagati e più maltrattati di prima: assistiamo a forme ottocentesche di sfruttamento, forme di sfruttamento che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. Significa perdere molto dell’avanzamento in termini di diritti del mondo sindacale.

00:12:20:23 – C’è un senso di perdita che accompagna quelle generazioni che hanno vissuto in un clima dove era pensabile porsi degli obbierttivi. Oggi assistiamo al prevalere di un’incertezza rispetto al futuro.

00:15:51:24 – Laddove, sulla base di vincoli e normative, le imprese che hanno adotatto trasformazioni facendo leva sulla crisi ambientale, hanno sviluppato tecnologie che possono rispondere ad un bisogno urgente. In quella direzione si richiedono nuove conoscenze. E’ chiaro che i giovani trovano così apertura e accesso. Perché sono portatori di conoscenza e la conoscenza si forma in rapporto all’esperienza: la mia generazione ha sviluppato esperienze datate legate ad un preciso contesto. Le imprese che scommettono sulla conoscenza, la ricerca, l’innovazione di prodotto trovano una dinamica positiva e si affermano positivamente.

00:17:54:21 – Ma dove si lavora sulla riduzione di costi e diritti è chiaro che non importano le generazioni portatrici di conoscenza. In certi campi è più facile giocare sul piano dello sfruttamento e abbattimento di costi anche in virtù di una disponibilità ampia di manodopera.

00:30:58:03 – Queste realtà rispondono ad altri interessi e non alla domanda. Ma anche in rapporto al lavoro domenicale: la LIBERALIZZAZIONE del lavoro domenicale ha determinato che oggi si allunga l’orario di lavoro e non si guarda alla precarizzazione che c’è. Se è vero che l’80% sono donne ancora una volta si insiste su una pressione che non ha ragioni sensate di esistere.

00:31:56:01 – Dovrebbe avvenire il contrario: dovremmo vedere una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro alla luce della crisi attuale e per la quale non esistono ricette.

00:32:42:22 – L’obbligo del lavoro domenicale e su turni assurdi ribalta l’organizzazione di vita di una donna. Di fatto mantenendosi impegnate a lavoro le donne tendono a ricorrere a collaborazioni diverse per redistribuire un lavoro insostenibile. E una pressione che non da tregua. Se prima era una pressione che obbligava la donna a redistribuire il proprio tempo dal lunedi al venerdi, ora con la domenica significa non avere tregua. Sappiamo che il momento del riposo è anche di rigenerazione delle energie. E’ come se la realtà umana, se ci fosse una pretesa nelle logiche dell’impresa che vuole lasciar fuori la realtà umana. Senza vedere che una realtà umana insieme ai bisogni soddisfatti porta anche le intelligenze, le predisposizioni a creare ed essere produttivi.

00:36:13:23 – tutto questo mi pare venga banalizzato. Il fatto che ci siano donne che sono per lo più sottoposte a orari assurdi, a stress e contratti di lavoro che non riconoscono, è un impoverimento non soltanto del tessuto sociale, perche sacrifica la propensione umana dello sviluppo delle relazioni, ma sacrifica anche il dippiù che ogni persona può dare alla prestazione. E un grande impoverimento sociale economico e delle performance dell’impresa. Che non sanno cogliere la potenzialità delle persone che lavorano. E’ come se sacrificassero le parti migliori che si potrebbero sviluppare invece in un’economia che guarda al bene di tutti.


Un racconto breve, specchio di un’esperienza breve

— di Madama Daniulla

Sono una ragazza di 32 anni. Circa cinque anni fa ho avuto la fortuna/sfortuna di lavorare all’interno di un punto vendita presente nel Centro Commerciale *** a Roncadelle (BS).
Non scriverò questa mia testimonianza semplicemente per lamentarmi del punto vendita in cui lavoravo (dove per altro incredibilmente ero assunta a tempo indeterminato).
La mia critica va oltre, direttamente alla sgradevole sensazione che mi hanno lasciato 6 mesi di lavoro all’interno di questo mostro chiamato “centro commerciale”, ribattezzato da me: “CPS dei poveri”.
Inizialmente la mia doveva essere un’assunzione part-time, che mi consentisse di guadagnare qualcosa mentre cercavo un lavoro più in linea con il mio percorso di studi.
Con il tempo mi resi conto che il numero di ore fatte effettivamente andava ben oltre quelle concordate. Sottoforma di straordinari, soprattutto nel periodo natalizio, mi son ritrovata a lavorare quasi full time e a tornare a casa stanca morta alle 23:00 di sera.
Sì, perché il mio part-time era distribuito in modo assurdo. Mi toccavano quasi sempre le chiusure serali, che in alcune sere si effettuavano alle 21:00 ma in altre addirittura alle 22:00.
Questi orari sballati influivano sul mio umore e sulla mia dieta. Non di rado, attacando nel pomeriggio e staccando alle 22:00 saltavo senza soluzione di continuità la cena. Privandomi per altro della possibilità di tornare a casa a cenare con il mio compagno o con i miei amici.
Non era di certo una cosa di cui lamentarsi, in quel periodo erano soldi che mi facevano comodo e nella mia testa c’era un chiodo fisso: “non avrei mai fatto quel lavoro per sempre”.
Ciò che mi consentiva di andare al lavoro, con un po’ più di serenità rispetto alle mie colleghe, era proprio quest’idea di temporaneo, un temporaneo sopportabile.
Guardavo invece con occhi tristi e con pietà la mia superiore. Una persona acida, repressa, priva di qualsiasi stimolo od interesse che non fosse “il Grande Fratello” e amenità simili.
Da anni perseguiva gli obbiettivi di vendita dell’azienda, facendo a gara con i dipendenti degli altri negozi della stessa catena, presenti naturalmente in altri centri commerciali. Sembrava che lei stessa facesse parte di un reality-show.
Un esempio della sua intolleranza nei miei confronti si mostrava quando le chiedevo il permesso per uscire prima, perchè al contrario di lei, oltre al lavoro avevo una vita: permesso immancabilmente negato: non sia mai, uscire un’ora prima, che sacrilegio!
Oltre alla mia capa ero circondata da “casi umani”. Sì, perché la maggior parte dei clienti dei centri commerciali, almeno per la mia esperienza, sono dei veri e propri casi umani. Persone povere e sole che pur di parlare con qualcuno venivano una volta a settimana, qualcuno quotidianamente, nel punto vendita in cui lavoravo. Con la scusa di acquistare qualcosa attaccavano bottone e, quasi come un’assistente sociale, oltre alla vendita dovevo occuparmi del loro stato mentale. D’altronde si sa, il cliente ha sempre ragione, mica puoi mandarlo a quel paese…
In realtà, oltre a questi personaggi penosi, si aveva a che fare anche con quei frustrati, tamarri, che si sentono fighi e padroni del mondo. Quelli che vengono a sfogare la loro rabbia su di te.
Beh, in quei casi, ora posso dirlo con goduria, qualcuno l’ho mandato a quel paese!
Ciò che più mi scandalizzava però erano le famiglie che, con meravigliose domeniche di sole, venivano al Centro Commerciale a passare il tempo.
Il punto della mia testimonianza è essenzialmente questo: non si può criticare la logica e le ingiustizie dei centri commerciali senza considerare le responsabilità dei suoi avventori e, perché no, di alcuni dei suoi lavoratori.
Finché ci saranno famiglie che la domenica al posto di andare al parco, a trovare i propri nonni, a fare un giro al lago, a vedere una mostra, a passare del tempo con gli amici, preferiscono rifugiarsi in un luogo in cui non devono rendere conto a nessuno, possono sentirsi felici semplicemente acquistando l’ultimo articolo che fa tendenza, possono vedere di persona la valletta o il tronista famoso di turno, possono sentirsi importanti trattando con maleducazione le commesse…beh…spunteranno sempre più centri commerciali e la vita di chi ci lavora peggiorerà sempre di più.
Queste persone, questi casi umani, sono gli stessi individui che si recano poi alle urne elettorali. Non c’è da stupirsi se il paese in cui viviamo è così povero.
Manca cultura, manca una politica degna che lavori sul sociale, mancano punti d’incontro che siano slegati dalle regole del mercato, manca la consapevolezza che studiare rende persone migliori, che la tv non è un buon insegnate, come del resto mancano posti di lavoro seri e adatti per chi ambisce ad esser più che una commessa.
I centri commerciali non sono altro che calamite per questa povertà, culturale ed economica. Non dovrebbero esistere, è questo quel che davvero penso!


Lamentarsi non basta

Sono un commerciante che vive da 15 anni nei centri commerciali. Scrivo per esprimere la mia frustrazione nei riguardi di chi, come me, lavora inl un centro commerciale e continua a lamentarsi, ipotizzando addirittura sommosse e poi, quando si prova ad organizzare qualcosa di concreto e del tutto pacifico, si sente rispondere: 1) se poi la direzione o i miei capi si arrabbiano? 2) non serve a nulla 3) devo chiedere ai miei datori di lavoro.
Abbiamo cercato di organizzare flahsmob, raccolta firme, striscioni, abbiamo passato ore a girare nei negozi per informare tutti, raccogliere fondi per organizzare azioni di protesta e sensibilizzazione. Il risultato è stato scadente, non c’è stato modo di coinvolgere i colleghi. E proprio a loro mi rivolgo: se non siete voi che vi muovete, se aspettate sempre che qualcun’altro faccia qualcosa, e quando quel qualcuno si muove, sindacate sul fatto che non è sufficiente, non avete tempo, che non serve a nulla, allora vi meritate tutto questo disagio.
Capisco che c’è la paura di perdere il lavoro, ma è grazie a questa paura che vi tengono in pugno, che vi propongono contratti in partecipazione o a tempo determinato.
Non c’è bisogno di lanciare bombe o essere aggressivi. E’ sufficiente che alziate la voce e la testa dalla sabbia. Dovete contrastare chi decide per voi.
I negozi non si aprono da soli: se per esempio  lasciano a casa la vostra collega perchè ha partecipato alla manifestazione di dissenso, voi non entrate al lavoro fino a quando non la riassumono. Colleghi, dov’è finito il mutuo soccorso? Trovate la forza per organizzarvi e credere nelle piccole azioni di dissenso. Organizzatevi! Scoprirete quanta gente è con voi, gente di ogni levatura sociale, di ogni età! I parroci, lo so per certo, sono ben lieti di darvi una mano, i vostri figli parenti ed amici, se suggerite loro di evitare le domeniche e di fare passaparola con i loro conoscenti in maniera continuativa, i risultati arrivano.  Siate voi, siamo noi i primi.
E’ l’unica possibilità che abbiamo.